Tiger Farms

Dove gli animali fanno buon vino.

di Antonello Palla

Il trattamento che la Cina riserva a molte specie animali, spesso in via d’estinzione, è stato più volte condannato dalle organizzazioni protezionistiche di tutto il mondo.

Passando sotto silenzio l’esiziale primato che indubbiamente spetta agli orsi della luna, non c’è che l’imbarazzo della scelta: dagli squali rigettati in mare agonizzanti e destinati a morte sicura una volta mozzate le loro pinne, ai mercati della carne di cane e gatto – dove l’afflizione letteralmente si consuma con le loro stesse carni, arse in giganteschi paioli simili a betoniere. E ancora, che dire del live- feeding, versione edulcorata delle venationes romane, nel quale per il guitto entusiasmo dei turisti, ai famelici felini vengono scaraventate addosso prede ancora vive come polli e bovini?

Rhino farms, pangolini, sangue di cervo, cavallucci di mare, tartarughe-portachiavi e altre simpatiche gaiezze, pur non completando il quadro, rendono viepiù ragione delle immense e brute potenzialità del gigante asiatico.

Fin qui, direte voi, nulla di male. Non così troppo, almeno; basterebbe ammettere – e davvero di ragioni ce ne sarebbero a perdere – che a cercarla ognuna di queste atrocità non v’è dubbio che si troverebbe, da un capo all’altro di questo meraviglioso e rorante pianeta. Servirebbe solo averne le risorse e la fantasia, che, lo sappiamo, è magica e solerte compagna della miseria.

In molti casi, però, come in quello delle tigri allevate per il vino, non di bestie si dovrebbe parlare, private come sono di quel pneuma un po’ slavato che un tempo ora lontano, con sistemico zelo e teleologico fervore, uomini di celebrata sinderesi consideravano necessario alla vita stessa.

Stipate in luride gabbie e gravate di una macilenza che miseramente ostenta le scarne spoglie, le tigri in molti allevamenti della Cina vengono barbaramente uccise e le loro ossa infuse per produrre un vino d’imperscrutabili proprietà corroboranti.

Poiché le fiere non possono essere uccise, si è pensato di affamarle fino a quando non sopraggiunga inesorabile la morte, che solamente a immaginarla dev’essere impresa alquanto tormentosa.

Una tigre vale molto di più da morta che da viva e non si tratta, per ovvie ragioni, di un’intuizione lapalissiana: se si considera che di questi memorabili tempi fra etica ed estetica nessuno rammenta più nemmeno la differenza, l’idea che da 30 kg di ossa si possano ricavare circa 150.000 euro rappresenta una discriminante non di poco conto se si vuole esprimere un giudizio opportuno e ponderato sui fatti.

Da una vecchia scatola di cartone, Li Wen tira fuori quella che sembra una bottiglia di vetro riempita di un liquore scuro. L’etichetta ormai ingiallita indica che è stata prodotta decine di anni fa.

“Ne ho anche di nuove – confida l’uomo con voce rauca segnata da caffè e tabacco -  e sono anche in grado di produrlo da me”. Allontanandosi di qualche passo, come a inscenare l’esibizione di uno stregone intenzionato a stupire il suo pubblico con una rivelazione sensazionale, si copre le spalle con un lungo mantello nero e mostra orgoglioso una damigiana di vetro approssimativamente di 5 galloni (poco meno di 20 litri), colma quasi fino al tappo con un liquore di un colore più scialbo di quanto l’età dell’elisir lasci presagire. Alla base della bottiglia c’è un osso. “Tigre, anche, ovviamente”.[1]

Li Wen possiede una piccola collezione di vino di tigre. Il suo hobby consiste nel comprare e rivendere il prezioso liquido alla ricerca della perfetta pozione. La sua è molto semplice: aggiungi un osso di tigre al vino di riso e lascia in infusione per 50 giorni. La tradizione imponeva un processo molto più complicato: le ossa di tigre venivano macerate con molti altri ingredienti, fra i quali corna di antilope, salvia rossa e ginger disidratato.

Le tigri non se la passano bene in Cina. Nel 1959, come parte del piano economico e sociale Great Leap Forward (il cosiddetto Grande Balzo in Avanti), Mao Tse-Tung lanciò una campagna di eradicazione del maestoso felino dal paese, perché considerato specie “nemico dell’uomo”. Più recentemente, all’incontro del CITES (Convenzione Internazionale sul Commercio delle Specie di Flora e Fauna in via di Estinzione) tenutosi a Ginevra, un delegato cinese ha dichiarato:

“Noi non bandiamo il commercio della pelle di tigre, ma solo quello delle sue ossa”.

Era la prima volta che un ufficiale pubblico cinese si lasciava andare a simili dichiarazioni, ammettendo di fatto l’esistenza del commercio di pelle di tigre nel paese. La moratoria nei confronti della vendita di ossa di tigre è invece in vigore dal 1993.

Ma perché il governo cinese permette di uccidere le tigri per la loro pelle ma non per le ossa?

L’evidente contraddizione fra l’atteggiamento internazionale di facciata – con il quale il paese sembra sostenere lo sforzo di preservazione della specie –  e le politiche interne, che invece favoriscono la domanda e in ultimo guidano la mano di bracconieri e allevatori, rappresenta il più serio problema che il mondo deve fronteggiare nel disperato tentativo di perpetuare l’esistenza di questo meraviglioso predatore.

L’anno scorso l’organizzazione inglese Environmental Investigation Agency (EIA) ha svolto un’indagine sui traffici di tigre in Cina. L’EIA ha scoperto che qualche azienda dispone di licenze per l’allevamento di specie selvatiche in via d’estinzione, fra le quali appunto la tigre. L’autorizzazione rilasciata dal governo cinese nel 2005 rappresenta “un progetto pilota per l’allevamento di ossa di tigre in cattività per gli usi della medicina”. Di fatto la medicina tradizionale cinese stabilisce gli usi appropriati per ogni parte della tigre, dal naso, alla pelle ai baffi.

La delibera del 2005 rinvigorisce l’industria del settore e il vino di tigre si ritaglia un pubblico d’elite, uomini d’affari e professionisti dell’alta borghesia. Chi ha investito in questo campo giustifica i propri affari citando una scappatoia legale: loro non stanno vendendo direttamente ossa di tigre.

La Environmental Investigation Agency accusa la Cina di sottrarsi al giudizio della comunità internazionale e invita il governo a prendere il controllo della situazione, rettificando la legge che permette lo smaltimento delle carcasse di tigre, e a promuovere una graduale eliminazione delle tiger farms.

I fan della bevanda corroborante credono che sostenga il qi (l’energia vitale nella medicina tradizionale), migliori la circolazione, curi l’artrite e rafforzi il corpo. Come l’avorio, qualcuno vede in esso uno status symbol, emblema di potere e prestigio. Altri la bevono perchè sembra infondere eroismo, come se ci s’impossessasse del suo coraggio, della ferocia di questo incredibile predatore.

Nel 2011 si è tenuta in Cina una grande asta che includeva il vino di tigre, pubblicizzato persino dalle emittenti televisive. In seguito all’opposizione dei gruppi dediti alla conservazione delle specie, l’asta si è spostata online, chiara e sfrontata ma meno permeabile al buon senso comune. Esiste persino un canale di un forum cinese ospitato dal principale motore di ricerca cinese – Baidu -  per gli amanti del vino di tigre.

La protesta è cresciuta e gli intermediari sono spariti: ora il vino di tigre va direttamente dal produttore alle mani del consumatore. Di primo acchito si potrebbe pensare che lo spostamento verso i social media renda la vendita del vino di tigre più difficile da tracciare. Ma la Cina ha un efficientissimo sistema di censura e nessuno sforzo è stato fatto per bloccare le aste per il vino di tigre, contrariamente a quanto dovrebbe lasciar presagire il bando del 1993.

È molto difficile stabilire cosa provochi maggiore ribrezzo nell’immaginazione di miliardi di osservatori in tutto il mondo: se l’inebriante distillato ottenuto con la macerazione delle ossa, oppure ciò che della tigre stessa rimane nel nostro disastrato pianeta; considerando che ancora di questi felini in natura se ne contano circa 3.500, è purtroppo probabile che gli esemplari detenuti in cattività – tra zoo, parchi safari e tiger farms – superino le 5.000 unità.

Anche la David Shepherd Wildlife Foundation è impegnata insieme ad EIA nella lotta a questa barbara pratica, con l’obiettivo finale di fermare il commercio e l’allevamento clandestino delle tigri.

Purtroppo, però, a fare interamente le veci delle tigri ci sono già i leoni, che in Sudafrica possono essere allevati alla stregua dei maiali e venduti ai cacciatori di trofei su prenotazione.

Il gioco ha queste regole: con qualche migliaia di euro vi assicurate quale bersaglio il più temibile dei predatori: lo acquistate online, cresciuto in una piccola recinzione e orbo di ogni naturale istinto. Quando l’animale viene liberato, ucciderlo è uno scherzo da marmocchi. Se proprio siete dei tipi per niente dotati di fair play e vorreste bramosamente locupletare su questa nobilissima attività sportiva, potete sempre rivenderne la carne, circa due quintali per ogni bestia seccata, che finirà quasi certamente in Asia o in America; la pelliccia poi e infine le ossa, potranno egregiamente sostituire, senza per legge neppure comparire in etichetta, quelle del cugino striato.

Gli allevamenti di orsi, tigri, leoni e rinoceronti non hanno mai delineato una misura cautelare né contro il bracconaggio né contro la progressiva e rapidissima scomparsa di queste specie, che se da un lato si riducono di numero a una velocità sorprendente, dall’altro si trasformano in simulacri delle fiere creature che un tempo orgogliosamente furono.



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