Fashion victims

“Due cose mi sorprendono: l’intelligenza delle bestie e la bestialità degli uomini”.  Tristan Bernard

Morbide al tatto e calde all’aspetto, le pellicce che fanno bella mostra di sé nelle boutique delle grandi città del mondo, nascondono una lunga storia di violenze contro gli animali che sono serviti per produrle; 
contrariamente a quanto si pensa, esse non sono il risultato ultimo della macellazione a fini alimentari: ciò che importa all’industria conciaria non è il sapore della carne ma la pregevolezza del rivestimento peloso. Allevati e cresciuti al solo scopo di fornire materia prima all’industria del settore, gli animali trascorrono la loro vita in piccole gabbie sporche con il fondo metallico in rete, esposti forzatamente al freddo, al vento e al gelo per infoltirne il manto, sottoposti a costanti crudeltà e sevizie. Le tecniche adottate per l’abbattimento, pur variando molto a seconda della specie, sono solitamente volte a mantenere nelle migliori condizioni possibili la pelliccia, piuttosto che a minimizzare la sofferenza.

Secondo le indiscrezioni fornite dall’agenzia di stampa Xinhua Chinese News, la Cina acquista un milione e mezzo di pellicce, che corrispondono a circa due terzi dell’intera produzione mondiale. L’associazione cinese degli acconciatori ha dichiarato che almeno 400 milioni di cinesi possono ora permettersi l’acquisto di beni ricavati dalla pelle degli animali.

Torben Nielsen, Amministratore Delegato della Copenhagen Fur, l’industria leader mondiale nella vendita di pelli e pellicce, afferma che il commercio con la Cina copre oltre la metà della richiesta globale e che la sua azienda recentemente ha raggiunto un giro d’affari di oltre un miliardo di dollari.

Il più grande centro per l’importazione di pellicce della Cina continentale, Hong kong, attualmente gestisce il 70% del mercato mondiale delle pelli grezze e l’80% di quelle lavorate, secondo i dati ufficializzati dal Dipartimento Americano dell’Agricoltura. “La domanda della Cina guida ora il traffico globale e Hong Kong è il più grande mercato di pellicce” – sostiene Timothy Everest, comproprietario della Cyril Murkin, l’azienda che rifornisce grandi marchi della moda. Le pelli arrivano qui, vengono trasferite nei diversi stabilimenti cinesi per la lavorazione e poi ritornano a Hong Kong per essere spedite in qualche altro luogo. Molte di esse giungeranno di nuovo in Cina sotto forma di vestiti.

Secondo Everest, che è anche il portavoce della Hong Kong Fur Federation, in Cina ci sarebbero fra i 100 e i 200 milioni consumatori abituali di prodotti ricavati dalla pelle degli animali. Nel giro di 10 anni, sempre in base a all’indagine condotta dal Dipartimento per l’Agricoltura Americano, l’industria conciaria cinese è diventata la più grande al mondo.

Se da un lato le aziende continuano nei loro loschi traffici, la popolazione cinese protesta duramente; non solo contro la crudeltà di questo brutale mercato, ma anche per i danni ambientali provocati dalle sostanze chimiche impiegate nella lavorazione delle pelli.

L’organizzazione ACTAsia, insieme ad altri gruppi protezionistici locali, ha lanciato una campagna pubblica di sensibilizzazione sul problema, puntando l’indice sulla sofferenza degli animali coinvolti. L’appello è apparso su una pagina dedicata di Sina.com, il più grande e popolare portale d’informazione e intrattenimento in Cina, e nei più frequentati social network del paese, con oltre 1 milione e mezzo di utenti registrati. Spinta dalla campagne contro l’uso delle pellicce, anche l’opinione pubblica cinese si mostra sempre più preoccupata per la sorte di milioni di animali; sfruttati barbaramente in questo sanguinario business che non fa differenza fra visoni, volpi, procioni, conigli, cani e gatti, massacrati per la produzione di cappotti, inserti e gadget vari.

La Humane Society stima che almeno 2 milioni di cani e gatti domestici vengano uccisi ogni anno in Cina per la pelliccia. Molti di loro provengono da piccoli allevamenti, mantenuti in condizioni spaventose; i pastori tedeschi e le razze dal pelo lungo e folto sono in cima alle preferenze dell’industria conciaria, perchè il loro manto assomiglia molto a quello degli animali selvatici.

L’organizzazione britannica Respect for Animals dichiara che almeno mezzo milione di gatti domestici a pelo raso siano allevati in speciali fattorie, al solo scopo di fornire materia prima alle aziende. Spesso si tratta di cani e gatti randagi, raccolti per strada dai commercianti; talvolta persino animali che prima avevano un proprietario. Anche se Timothy Everest dichiara che gli animali da pelliccia non subiscono alcun trattamento crudele – “non vengono massacrati a bastonate o scuoiati vivi”-, le indagini di Animals Asia delineano un quadro tutt’altro che rassicurante.

Un nostro recente dossier dal titolo “Live animal markets“, realizzato in Cina nel 2015, ha mostrato chiaramente che gatti, cani e conigli vengono percossi alla morte con spranghe, pietre e assi di legno oppure soffocati in sacchi di plastica dopo una lunga agonia. I loro corpi, asciugati al sole e poi venduti, vengono gettati in una macchina che letteralmente strappa e separa la pelliccia. Naturalmente non vige alcuna legge o codice a protezione degli animali e le fattorie accolgono e macellano in qualsiasi condizione, anche se gli esemplari sono in buona salute. Secondo quanto riportato dalla PETA (People for the Ethical Treatment of Animals), gli allevatori ritengono sia più semplice estrarre la pelliccia da un animale ancora in vita e caldo, piuttosto che da uno già morto.

Nonostante l’allevamento e la macellazione degli animali d’affezione per gli scopi dell’industria conciaria sia legale in Cina e in molti altri Stati asiatici, diversi paesi come Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Svizzera e recentemente la Comunità Europea, hanno bandito l’importazione e il commercio di pellicce di cane e gatto. A dispetto di ciò, il business continua e molto spesso questi articoli, etichettati come faux fur, vengono spacciati per pellicce di derivazione sintetica o chiamati con il nome di altre specie per aggirare le normative e ingannare i consumatori.  La Humane Society ha scoperto numerosi casi di questo tipo, e trovato che i prodotti etichettati come Faux Fur e venduti dalle grandi industrie della moda negli Stati Uniti spesso contengono pellicce di cane, gatto e procione.

La SPCA israeliana (Società per la Prevenzione della Crudeltà sugli Animali) e la International Anti-Fur Coalition (Coalizione Internazionale Contro il Commercio di Pellicce) hanno recentemente realizzato uno studio sul traffico di pellicce finte vendute in Israele da importanti catene di moda: la perizia medico-legale sui prodotti commercializzati ha mostrato la presenza di pelli di cane e coniglio. Inoltre, inappropriate regolamentazioni sull’etichettatura dei capi, come quella vigente fino al 2010 negli Stati Uniti (Cfr. Fur Labeling Act of 2010), la quale non richiedeva alcuna indicazione dei materiali utilizzati negli articoli che avevano un costo inferiore ai 150 dollari, hanno alimentato purtroppo questa triste situazione. Nella realtà dei fatti, inoltre, suggerire ai consumatori che quanto acquistato potrebbe essere realizzato con pelle vera e non sintetica, è spesso fiato sprecato: loro ribatteranno sempre di averla comprata credendo fosse finta.

In Asia il mercato delle pellicce di cane e gatto è ancora piuttosto florido.

Animals Asia ha constatato che molte pellicce vengono elegantemente sfoltite e dipinte con colori sgargianti perchè sembrino più vere, per appagare l’insaziabile desiderio dei consumatori che comprano cappotti rivestiti con polsini e cappucci dalle tinte accattivanti, oppure ammennicoli da attaccare ai cellulari e alle borse.  I manifesti delle nostre campagne riflettono la realtà di questa crudele industria in Cina e a Hong Kong, mostrando un cane e un gatto che si rivolgono direttamente al consumatore chiedendo:”Indossi per caso la mia pelliccia?”

E’ di questi giorni, e rappresenta un segnale di grande rilevanza, la decisione di Armani di non produrre più alcun capo contenente pellicce animali, ossia Fur – Free.

Attenti però alla distinzione fra Cruelty-Free e Fur- Free! Il fatto che non vengano utilizzate pellicce, non significa eo ipso che gli animali siano finalmente risparmiati. Si può essere Fur- Free ma non Cruelty-Free (nessun prodotto di derivazione animale, per esempio pelle, sete, lana etc.,).

Qui trovate una lista aggiornata dei brand completamente Cruelty- Free, come Stella McCartney:

http://www.farmsanctuary.org/vegan-fashion/

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