Archivio di giugno 2012

Lo strano caso delle antilopi saiga

giovedì, 28 giugno 2012

Nelle ultime settimane in Kazakistan sono state trovate morte decine di antilopi saiga (saiga tatarica), una tragedia che fornisce ulteriori prove del bracconaggio contro questa specie già in pericolo di estinzione, che vive nelle steppe della Russia, nell’Asia centrale e nella Mongolia.

Le 60 carcasse, rinvenute senza corna, sono state scoperte nelle steppe aride che si trovano nel nord-ovest del paese.

La saiga, con il suo caratteristico naso tubolare e gli occhi sporgenti, è uno dei mammiferi più antichi e dall’aspetto più strano al mondo. Una reliquia dell’era glaciale, che un tempo viveva a fianco di mammut e gatti dai denti a sciabola.
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Ma la luna degli orsi è …unica?

lunedì, 25 giugno 2012

Fra le tante curiosità che caratterizzano i nostri orsi asiatici, ce n’è senz’altro una particolarmente intrigante, e non solo perché – in maniera forse onirica – li vorremmo destinati a ben altra sorte. Quella luna color cremisi che portano stampata sul petto è anche il modo più sbrigativo con il quale li rappresentiamo. Eppure, non è la prima volta che la natura si diverte con questi strani decori a imprimere dei caratteri unici e irripetibili nelle sue creature.

Alcuni ricercatori giapponesi (D. Higashide, S. Miura & H. Miguchi) hanno scoperto che ogni orso nero tibetano ha una “sua” luna, assolutamente unica, che può costituire un criterio più che affidabile per l’identificazione degli esemplari esistenti, con probabilità di errore prossime allo zero. Insomma, una sorta di DNA iscritto sul vello.

Abstract

La stima della popolazione presente su un dato territorio, basata sul modello di cattura e ricattura, presuppone l’identificazione di ogni singolo esemplare. Nella nostra ricerca ci siamo avvalsi della luna crescente che gli orsi neri tibetani hanno disegnata sul petto, elemento invariabile in questa specie, utilizzando un metodo assolutamente non invasivo.

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Mangiare meno carne per prevenire la catastrofe ecologica

venerdì, 22 giugno 2012

Una nuova ricerca dell’Università di Exeter (Oxford) punta il dito sul consumo di carne, che mantenendosi ai livelli di crescita attuali potrebbe presto condurre il pianeta a una catastrofe ecologica. Eppure, piccoli cambiamenti nel nostro stile di vita – e nel modo di allevare gli animali – potrebbero permetterci di destinare parte delle piantagioni di granoturco, ora impiegate per sfamare il bestiame, alle bioenergie[1] e alla cattura del carbonio[2].

Sebbene si tratti di risorse energetiche meno efficienti dei combustibili fossili, le piantagioni di granoturco catturano e immagazzinano l’anidride carbonica, che diversamente si disperderebbe nell’atmosfera alimentando il fenomeno tristemente noto come global warming.

 

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La verità sulle fattorie della bile

martedì, 19 giugno 2012

L’idea che un essere dotato di intelligenza, una creatura senziente come l’orso della luna, possa essere imprigionato in una gabbia non più grande del proprio corpo per 20 anni, con un rudimentale e sudicio catetere conficcato nella cistifellea per far defluire dolorosamente e senza fine la bile, rappresenta per noi una tortura difficilmente immaginabile.

Eppure succede.

In Cina, Corea del Sud, Laos e Vietnam, le fattorie della bile portano avanti questa pratica per rifornire di prodotti la Medicina Tradizionale Cinese. Ovviamente non serve a niente, e anzi provoca più danni che benefici ai potenziali consumatori. Questo però non basta a fermare lo scempio, barbaro e senza scrupoli, che condanna gli animali alla certezza di una vita di torture fisiche, tumori, infezioni e svariate altre malattie.

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Boom dell’industria di visone

mercoledì, 13 giugno 2012

Weymouth, Canada – Cresce il mercato del visone in Nuova Scozia e le industrie progettano un’espansione. L’anno scorso gli allevatori hanno esportato oltre 1 milione e quattrocentomila pellicce e l’offerta non è più in grado di sostenere la domanda globale.

“Tutti i grandi stilisti usano la pelle”, dichiara Dan Mullen, presidente dell’Associazione Allevatori di Visone della Nuova Scozia. “Attualmente la produzione mondiale è di oltre 50 milioni di capi, ma la richiesta cresce in maniera vertiginosa”. Il business si aggira intorno ai 120 milioni di dollari nella sola provincia canadese. La maggior parte delle pellicce è diretta ai mercati di Cina e Russia, nonostante questi paesi abbiano già numerosi stabilimenti.

“La produzione di Cina e Russia non riesce a soddisfare la domanda interna”, rileva Mullen.

Soprattutto in Cina esiste una classe media in rapidissima crescita, che considera lo shopping un motivo di distinzione sociale; con il boom economico, poi, sono sorti interi centri commerciali tutti dedicati ai capi in pelle.
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Quella tazzina di caffè che distrugge la biodiversità

venerdì, 8 giugno 2012

Una recente indagine dell’Università di Sydney rivela che nei paesi più poveri un terzo delle specie animali presenti è in pericolo di estinzione a causa del commercio globale di caffè e legname.

La ricerca, che si è soffermata sui prodotti che presuppongono particolare attenzione nei riguardi della biodiversità – come caffè, cacao e legname -, ha analizzato i traffici  dell’economia mondiale negli ultimi 5 anni, per un totale di 5 miliardi di operazioni fra la grande distribuzione e i consumatori finali e oltre 15.000 beni di largo consumo esportati in 187 paesi.

Le grandi multinazionali accelerano pesantemente il degrado dell’ambiente nei luoghi in cui avviene l’estrazione di questi prodotti.

“Finora queste relazioni non sono mai state pienamente comprese” – commenta Manfred Lenzen, responsabile del gruppo per lo studio della sostenibilità e dell’integrazione all’Università di Sydney. “I risultati sono assolutamente strabilianti. Ci sono voluti anni di lavoro per raccogliere tutti questi dati, mai rilevati prima d’ora”.

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