Gli scienziati svelano le reali capacità cognitive degli animali, che possono memorizzare 10 mila foto, servirsi di utensili, riconoscere parole, esprimere empatia e umiliare gli umani nel gioco dei numeri al touch-screen.
Più studiamo gli animali e meno sembriamo speciali.
I babbuini possono distinguere fra le parole scritte e i semplici segni grafici. Le scimmie (monkeys in inglese, quelle per intenderci senza coda, ndr) sembrano capaci di fare le moltiplicazioni. Le scimmie antropomorfe (apes in inglese, per esempio bonobo, scimpanzé, gorilla e orango, ndr) possono trattenere un’espressione di soddisfazione più a lungo di quanto faccia un bambino. Possono programmare strategie. Fanno la pace e la guerra. Dimostrano empatia e condivisione.
“La questione non è che cosa pensano, ma come lo fanno”, sostiene Brian Hare dell’Università di Duke. Gli scienziati si chiedono se le scimmie sono anche in grado di immaginare cosa le altre scimmie pensano.
L’evidenza che gli animali sono molto più intelligenti e socievoli di quanto abbiamo sempre ritenuto sembra crescere di anno in anno, specialmente se consideriamo i primati. Si tratta di un ambito di ricerca che ha subito recentemente un’autentica impennata. Gli studi effettuati sulle capacità cognitive delle scimmie, antropomorfe e no, sono addirittura raddoppiati recentemente, spesso grazie all’ausilio di nuovi strumenti tecnologici e delle neuroscienze che sembrano aprire il campo a nuove e stravaganti scoperte.
Il mese scorso gli scienziati hanno mappato il DNA dei bonobo, scoprendo che, al pari degli scimpanzé, questi animali differiscono dal genere umano solamente nell’1.3% dei geni. Insomma, siamo scimmie per il 98,7% del nostro patrimonio genetico.
Josep Call, direttore del Centro di Ricerca sui Primati Max Planch in Germania, ha dichiarato:
“Ogni anno scopriamo cose che pensavamo non fossero in grado di fare”. Call dice che in uno dei suoi ultimi e più sorprendenti studi ha scoperto che le scimmie antropomorfe possono anche porsi degli obiettivi e mettere in campo strategie per realizzarli.
A un orango e a bonobo in uno zoo sono stati offerti 8 strumenti – due dei quali avrebbero potuto aiutarli a procacciarsi il cibo. Nel momento in cui queste scimmie hanno scelto l’utensile, i ricercatori le hanno spostate in un’altra zona, prima cioè che potessero raggiungere il cibo, mantenendole in attesa per 14 ore.
In quasi tutti i casi analizzati, le scimmie che sapevano di questo trasferimento portavano con sé lo strumento in modo da utilizzarlo il giorno seguente, ricordandosi di esso anche dopo aver dormito. L’obiettivo e i compiti da portare a termine rimanevano impressi nella loro mente.
Call sostiene che qualcosa di simile accade anche alle persone, per esempio con i bagagli prima di un viaggio: “Per gli esseri umani è una capacità fondamentale, davvero importante”.
Per alcuni anni gli scienziati hanno osservato gli scimpanzé negli zoo mettere da parte le pietre, che sarebbero servite successivamente come armi. Lo scorso maggio, uno studio ha rilevato che questi animali sono anche in grado di dissimulare. Nel corso dell’osservazione, le scimmie avevano creato dei mucchi di paglia per nascondere la scorta di sassi al proprio avversario, esattamente come fanno le nazioni con le bombe.
Hare indica studi nei quali scimpanzé in competizione entrano in un’arena, allestita in maniera tale che solo uno dei due contendenti possa vedere il cibo. A questo punto, lo scimpanzé che scorge il cibo nascosto impara velocemente che il suo antagonista non ha questa capacità e sfrutta la situazione a proprio vantaggio, dimostrando di sapersi porre nei panni dell’avversario. Questa è una dote che gli esseri umani sviluppano fin da bambini, ma abbiamo sempre pensato che fosse preclusa agli altri animali.
La memoria delle scimmie
E poi c’è la strabiliante capacità mnemonica delle scimmie. Allo zoo nazionale di Washington, gli esseri umani che provano a competere con gli orango in questo campo vengono sonoramente umiliati. Il direttore associato dello zoo, Don Moore, dice: “Ho un dottorato di ricerca, maledizione. Crederesti mai che io non possa pensare meglio e più velocemente di un orango? Infatti è così”.
In uno studio francese, almeno due babbuini hanno memorizzato così tante figure – svariate migliaia – che dopo tre anni di ricerca gli esperti hanno dovuto rinunciare all’impresa: il tempo a loro disposizione era scaduto prima che i babbuini potessero esaurire la capacità di immagazzinare dati. Joel Fagot, studioso al Centro Nazionale Francese di Ricerca Scientifica, ipotizza che questi animali possano memorizzare almeno 10.000 immagini o forse più.
In Giappone, uno scimpanzé chiamato Ayumu – che vede stringhe di numeri che lampeggiano sullo schermo alla velocità della luce – batte regolarmente gli essere umani riordinando in fila i dati osservati. È diventato ormai una star su YouTube, insieme agli orango dello zoo di Miami, che sono capaci di usare l’I-Pad.
Non solo primati
Non sono solamente i primati a dimostrare sorprendenti abilità. I delfini, il cui cervello è del 25% più pesante di quello umano, sono in grado di riconoscersi allo specchio. Esattamente come gli elefanti. Uno studio effettuato a giugno ha mostrato che pure gli orsi neri possono fare primitivi calcoli, e persino i piccioni qualche volta riescono, per esempio inserendo due punti prima del cinque, o 10 punti prima del 20.
“Il trend delle ricerche sembra essere quello di identificare nuove abilità cognitive negli scimpanzé che allora non sarebbero più di esclusiva pertinenza umana”, spiega il primatologo Frans de Waal dell’Università di Emory. Quando gli scienziati scoprono qualche altra capacità presente nei primati, dichiarano che potrebbe essere stata cancellata dal genoma umano. Allora la attribuiscono ai cani e agli elefanti.
“Quelle stesse doti che noi crediamo rendano gli esseri umani individui assolutamente unici, non sono probabilmente né speciali né complesse”, sostiene de Waal. Queste ricerche non solo fanno guadagnare punti agli animali, ma abbassano anche le pretese umane…Se le scimmie possono farlo e forse anche i cani e altri animali, allora non dev’essere così difficile come pensiamo”.
All’Università Duke, la professoressa Elizabeth Brannon mostra video di scimmie che sembrano alle prese con “strane rappresentazioni” di moltiplicazioni, seguendo il numero di punti che vanno dentro una scatola di un monitor per PC e scegliendo la risposta giusta che esce fuori dal box. Questo accade dopo che hanno già fatto addizioni e sottrazioni.
La scorsa Primavera in Francia, i ricercatori hanno scoperto che 6 babbuini potevano distinguere fra parole finte (semplici grafemi) e parole vere (che avevano un significato) in lemmi di 4 lettere, BRRU contro KITE, per esempio. E hanno osservato che i babbuini sceglievano di fare queste operazioni al computer perché le consideravano divertenti aspetti del proprio tempo libero, o magari per ricevere in cambio uno snack.
L’empatia non è solo una faccenda umana
C’è stato un lungo periodo nel quale si riteneva che il controllo delle emozioni, la capacità di empatizzare e stringere relazioni sociali fossero prerogative esclusivamente umane, doti in grado di separare gli uomini dai nostri cugini primati. Tuttavia, anche gli scimpanzé si consolano reciprocamente e litigano: sono persino in grado di calmare un compagno arrabbiato, accarezzandolo e mettendogli un braccio attorno al collo per confortarlo. “Vedo un sacco di scene che mostrano empatia fra gli scimpanzé” dice de Waal. Ma gli studi hanno anche dimostrato che questi animali vanno a fare la guerra ai coloni vicini, uccidendo i maschi e spartendosi le femmine.
Si tratta di un’altra abilità a torto ritenuta di pertinenza umana, nata forse oltre 6 milioni di anni fa, aggiunge lo studioso. Quando gli scienziati guardano con attenzione ai nostri più prossimi parenti, i bonobo, scorgono una differenza. Loro non ammazzano.
Gli esperimenti di Hare mostrano che i bonobo offrono cibo ai nuovi arrivati, anche quando potrebbero tranquillamente scegliere di tenerselo per sé. Una ragione per la quale ora gli scienziati stanno imparando sempre di più sugli animali, è la possibilità di usare i computer, soprattutto i sistemi con touch-screen. In qualche caso, le scimmie hanno a propria disposizione un PC per 24 ore al giorno. Negli esperimenti che implicano il riconoscimento di figure, per esempio, lo studioso francese Fagot ha scoperto che i risultati migliori si ottengono quando i babbuini possono scegliere se lavorare o no. Steve Ross, che si occupa di ricerca sulle capacità cognitive degli animali al Lincoln Park Zoo di Chicago, aggiunge:
“Le scimmie nei nostri esperimenti sembrano più motivate se possono avere il controllo della situazione”.
Cosa mostra l’elettroencefalogramma
L’elettroencefalogramma sulle scimmie ci ha permesso di correggere errori e incomprensioni sulle loro capacità cerebrali. C’è stato un tempo in cui la corteccia prefrontale, l’area del cervello incaricata delle operazioni cognitive più complesse, era enormemente più larga del resto del cervello solo negli esseri umani, offrendoci pertanto un apparente ma innegabile vantaggio, dice Hare. Ma ora, le immagini mostrano che simili proporzioni esistono anche nelle corteccia prefrontale di altri primati. Quale sia poi la differenza nel modo in cui i diversi sistemi cerebrali scambiano le informazioni, è molto complicato da stabilire.
Ci sono però dei limiti a ciò che i primati non-umani possono fare. Gli animali non hanno la capacità di comunicare con la complessità del linguaggio umano. In uno studio francese i babbuini potevano riconoscere che le lettere KITE, insieme, fanno una parola attraverso un sistema di prove ed errori, così che imparano quali lettere possono appaiarsi, quali no e in che ordine. Ma i babbuini non hanno la più pallida idea di che cosa KITE significhi. È questo gap, forse, la chiave di comprensione delle differenze. “I contorni non sono così definiti come la gente pensa, ma ci sono certamente aspetti che non possono essere disconosciuti, uno fra questi il linguaggio”, sostiene Herbert Terrace della Columbia University. E questo conduce a un’altra differenza, dice Ross.
“A causa delle ridotte capacità linguistiche delle scimmie, loro imparano guardando e imitando. Gli uomini insegnano con il linguaggio e la spiegazione, che è un sistema migliore e più veloce”.
Qualche cambiamento nella comprensione del mondo animale sta già creando un acceso dibattito etico. La ricercatrice Lori Marino, dell’Università di Emory, ha co-prodotto un rivoluzionario studio sulla capacità dei delfini di riconoscersi allo specchio, aspetto questo che prova l’esistenza di una coscienza di sé simile a quella umana:
“Più impari su di loro e più ti rendi conto che possiedono capacità e caratteristiche che normalmente attribuiamo alle persone”, dice la Marino. “Credo sia impossibile ignorare le implicazioni etiche di queste scoperte”. Quando due dei delfini che la Marino studiò morirono durante il trasferimento in un altro acquario, la ricercatrice si impegnò a non lavorare più sugli esemplari tenuti in cattività. Divenne allora consulente scientifica per la Nonhuman Rights Project, organizzazione che si occupa di promuovere il riconoscimento di uno status giuridico anche per gli animali. L’idea, osserva la Marino, è quella di considerare gli animali come i delfini “alla stregua di persone, non proprietà”.
L’intelligenza dei primati è stata uno degli argomenti forti di uno studio presentato lo scorso anno dal Dipartimento di Medicina, allo scopo di ridurre significativamente l’uso di scimpanzé nella ricerca biomedica presso l’Istituto Nazionale Americano di Salute (NIH). Il NIH sta lavorando per codificare nuove linee guida in grado di porre vincoli molto forti allo sfruttamento degli scimpanzé, dalle attuali poche dozzine ora impiegate, riferisce James Anderson, responsabile operativo del programma all’Istituto Nazionale Americano di Salute. Gli scimpanzé sono un caso speciale e il loro uso è “davvero limitato”.
Eppure, Anderson non manca di sollevare una delicata questione: “Cosa succederebbe se il tuo bambino fosse malato o tua madre si trovasse sul punto di morire e la ricerca su questi animali potesse fornire una cura?”.
Il problema riguarda le tutele nei riguardi degli animali, e la possibilità di concedere ad altre specie il diritto “a non essere uccisi, a non essere torturati o confinati inutilmente”, piuttosto che la possibilità di attribuire loro una qualche considerazione giuridica, dice David DeGrazia, filosofa ed eticista, professoressa alla George Washington University.
Hare sostiene che l’attenzione sui diritti animali trascura il problema del trattamento riservato agli scimpanzé nei protocolli di ricerca. Lui si batte perché gli studi sul comportamento e la ricerca medica siano effettuati in zoo e riserve naturali piuttosto che in laboratori.
Fonte: Sydney Morning Herald









