Una recente indagine dell’Università di Sydney rivela che nei paesi più poveri un terzo delle specie animali presenti è in pericolo di estinzione a causa del commercio globale di caffè e legname.
La ricerca, che si è soffermata sui prodotti che presuppongono particolare attenzione nei riguardi della biodiversità – come caffè, cacao e legname -, ha analizzato i traffici dell’economia mondiale negli ultimi 5 anni, per un totale di 5 miliardi di operazioni fra la grande distribuzione e i consumatori finali e oltre 15.000 beni di largo consumo esportati in 187 paesi.
Le grandi multinazionali accelerano pesantemente il degrado dell’ambiente nei luoghi in cui avviene l’estrazione di questi prodotti.
“Finora queste relazioni non sono mai state pienamente comprese” – commenta Manfred Lenzen, responsabile del gruppo per lo studio della sostenibilità e dell’integrazione all’Università di Sydney. “I risultati sono assolutamente strabilianti. Ci sono voluti anni di lavoro per raccogliere tutti questi dati, mai rilevati prima d’ora”.
I ricercatori hanno evidenziato che la perdita del 50-60% della biodiversità in paesi come il Madagascar, la Papua Nuova Guinea, lo Sri Lanka e l’Honduras, dipende dalle esportazioni. Un esempio illuminante di questa situazione è rappresentato dalle scimmie ragno, che stanno rapidamente scomparendo a causa della distruzione del loro habitat, per via della domanda crescente di caffè e cacao in Messico e nel Centro America. 171 specie animali in Papua Nuova Guinea sono seriamente minacciate dall’attività di estrazione nelle miniere e dalla deforestazione, di cui sono responsabili le compagnie australiane e i costruttori giapponesi.
Il problema diventa particolarmente serio nei paesi in via di sviluppo, dove lo sfruttamento delle risorse da parte dei paesi più ricchi provoca incalcolabili danni, come segnalano gli autori in un articolo pubblicato sulla rivista Nature. Lo studio mostra che artefici di questa pericolosa situazione sono soprattutto Stati Uniti, Giappone e numerosi stati europei. Il coautore di questa indagine, Barney Foran, si augura che presto si trovi un modo per inibire simili comportamenti, incoraggiando l’introduzione nei supermercati di etichette con il grado di sostenibilità del prodotto in vendita.
I ricercatori suggeriscono inoltre di obbligare le aziende che operano all’estero a rispettare gli stessi standard produttivi vigenti nel proprio paese d’origine. “In un mondo ideale, i consumatori dei paesi più ricchi dovrebbero adoperarsi per proteggere la biodiversità utilizzando quale metro di valutazione il valore anziché il prezzo”.







