Gli allevamenti salveranno gli animali dall’estinzione?

di

Cosa s’intende veramente quando si parla di conservazione di una specie animale?

Spesso si evoca l’immagine di rinoceronti (ma il discorso vale per qualsiasi altra specie) a cui viene data l’opportunità di proseguire il proprio modo naturale di vivere, magari ricreando un ambiente simile a quello nativo in una riserva o in un parco nazionale.

E perché dovremmo voler conservare queste specie?

La nostra idea non va probabilmente molto al di là della posizione idealistica, per la quale questi esseri viventi hanno il diritto di esistere e noi (i nostri figli e nipoti) quello di poterli ammirare.
Una recente discussione svoltasi all’Università di Melbourne,”Rhino poaching and other conservation issues facing wildlife in southern Africa”, tuttavia, ha posto queste domande in una prospettiva molto diversa. Il relatore, il professore Wouter van Hoven, direttore del Centro per la Gestione della Fauna Selvatica presso l’Università di Pretoria in Sudafrica, ha fornito parecchi spunti di riflessione.

Il suo esempio introduttivo riguardava una specie non africana: la vigogna del Sudamerica. Parente dell’alpaca e molto stimata per la sua finissima pelliccia, la vigogna è stata cacciata a tal punto che alla fine degli anni ‘60 la popolazione stimata era scesa a meno di 5.000 esemplari – una cifra generalmente considerata al di sotto del livello minimo di popolazione necessario alla sopravvivenza. Il numero oggigiorno è salito a diverse centinaia di migliaia, ma il motivo è che questi animali ora vengono catturati, tosati e rilasciati, piuttosto che uccisi per la loro pelliccia, ripristinando così quella che veniva considerata una modalità tradizionalmente Inca di allevare la pelliccia delle vigogne. Questo metodo viene spesso indicato quale modello per la gestione sostenibile della fauna selvatica che le comunità locali dovrebbero seguire.

Una conseguenza della domesticazione è la perdita o comunque la pesante modifica dei comportamenti naturali sociali e riproduttivi, nonché il venir meno della rete trofica e dei rapporti mutualistici di cui la specie era parte evoluta. Inoltre, l’addomesticamento a lungo termine costruisce creature grottesche e umano-dipendenti, come i cani pechinesi. L’esperta mondiale nel campo delle specie addomesticate, Juliet Clutton-Brock, si spinge fino a suggerire che gli “animali allevati allo stato di domesticità si evolvono in nuove specie, come risultato dell’isolamento riproduttivo, dai loro progenitori selvatici e dalla selezione naturale e artificiale data dal contatto con le società umane”.

Il Professore Van Hoven non ha affrontato i casi che riguardano ogni singola specie, ma ha preso in considerazione il rinoceronte bianco dell’Africa del Sud, la cui popolazione totale conta poco più di 20.000 esemplari, la grande maggioranza dei quali si trova in Sudafrica. Il professore ha sostenuto, con convinzione giustificata, che stiamo rapidamente e completamente perdendo la battaglia per preservare questa specie.

Una delle cause, non l’unica ma certamente una delle più importanti, del continuo declino di questo mammifero è l’opera dei bracconieri, che uccidono il rinoceronte per il corno, rivendendolo come ornamento, oppure quale ingrediente per le varie preparazioni della Medicina Tradizionale.

Nel 2011 sono stati cacciati almeno 448 rinoceronti in Sudafrica, mentre alla fine di aprile 2012 si era giunti già a quota 199. Van Hoven si riferiva in particolare all’enorme parco nazionale sudafricano del Kruger, il cui tallone d’Achille è la lunga frontiera con il Mozambico, sede di una sempre più crescente e impoverita popolazione umana, per la quale il corno di rinoceronte rappresenta una miniera d’oro. I bracconieri che attraversano la frontiera possono essere “sparati a vista” (26 sospetti bracconieri sono stati colpiti nel 2011), ma il richiamo alla ricchezza che il corno rappresenta supera anche questo drastico deterrente.

Non ci sono prove che il corno di rinoceronte abbia qualche proprietà medicinale o afrodisiaca, e nemmeno sarebbe giusto puntare il dito solo contro i cacciatori di frodo. Quali alternative gli abbiamo offerto?

Cosa si può fare?

Che dire dell’idea di rimuovere il corno dai rinoceronti selvatici in modo che non ci sia motivo di cacciarli? Provato – ma nulla da fare. Un bracconiere che incontra un rinoceronte senza corno lo uccide comunque, perchè pensa più o meno così: “Non ho intenzione di lasciarti correre in giro, così io rischio di perdere altro tempo seguendo le tue tracce per poi scoprire che sei inutile”.

E i ranch?

No, gli allevatori non vogliono rinoceronti nei loro domini: sono un richiamo troppo attraente per i bracconieri, che non solo cacciano i rinoceronti ma abbattono persino le recinzioni e causano numerosi altri danni.

Ispirato dalla “rinascita” della vigogna, Van Hoven suggerisce una soluzione simile anche per i rinoceronti, ossia allevarli senza ucciderli. Quando si rimuove un corno di rinoceronte, il ceppo ricresce e col tempo si ha un altro corno da rimuovere e vendere.

Ma, naturalmente, il punto cruciale della catastrofe è che un tale modello non funziona: il bracconiere continua a uccidere, estrarre il corno e scappare via. Come già detto, infatti, anche l’investimento nella tecnica “cattura e rilascia” delle vigogne non ha cancellato il fenomeno del bracconaggio, in rapido aumento.

Così, quale scelta rimane per i rinoceronti se non allevarli?

Se si allevano i rinoceronti in una fattoria, dice Van Hoven (e qui vengono nutriti con lo stesso mangime utilizzato per il bestiame), è possibile raccogliere le loro corna ripetutamente, e trarne così profitto. L’ottimo ritorno finanziario giustifica il costo di installare misure serie ed efficaci anti-bracconaggio. Il rinoceronte e l’allevatore vincono, solo il bracconiere perde.

In realtà non è così semplice come sembra. I rinoceronti hanno una maturazione lenta, si riproducono a ritmi piuttosto bassi e il successo riproduttivo delle femmine nate in cattività finora è stato scarso. Ma questo è un problema minore: ciò che appare veramente inquietante è l’ipotesi (ormai un dato di fatto?) che l’unico modo per assicurare la sopravvivenza dei rinoceronti, e di molte altre specie, sia quello di mercificarli.

I rinoceronti non possono semplicemente esistere: devono guadagnare il diritto di vivere in quanto produttori di corno. Ma non appena vengono inseriti nell’ambito di un allevamento, la loro esistenza come rinoceronti  - nel senso pieno e autentico del termine – si conclude. Quando varcano il cancello dell’allevamento, il loro essere rinoceronti scompare.

E cosa succederà se continuiamo su questa strada, raggiungendo il punto in cui i rinoceronti esisteranno solo negli allevamenti e solo come fonti di corno? A questo punto potremmo anche asciugarci le lacrime, metterci l’anima in pace, e lasciare che i rinoceronti svaniscano dalla Terra, no?

Si porrebbe fine al loro bracconaggio in ogni caso, vero?

Co-autore dell’articolo è il Dottor Angus Martin. Angus, ora in pensione ma continuamente interessato alla biologia evoluzionistica e alla conservazione della fauna selvatica, ha lavorato come Capo del Dipartimento di Zoologia presso l’Università di Melbourne come Coordinatore Certificato presso lo Zookeeping, Box Hill Institute, e più recentemente come consulente scientifico presso gli zoo di Victoria.

Fonte: The Conversation

Traduzione di Elena Intra

3 Commenti a “Gli allevamenti salveranno gli animali dall’estinzione?”

  1. cinzia scrive:

    a questi disumani gli auguro la stessa fine !!!!! anzi peggio !!!! l’uomo sta distruggendo tutto !! gli animali la natura ha un valore inestimabile !!! l’amore è un bellissimo sentimento ma non tutti purtroppo lo hanno !!! spero che prima o poi questi stermini finiscono è molto triste quello che sta accadendo…….

  2. teresa tiberi scrive:

    basta crudeltà sugli animali!!!

  3. vito scrive:

    fuck siete delle grandi merde ignoranti

Lascia un Commento