Sensazioni di viaggio: gli animali nel subcontinente indiano (di Annamaria Manzoni) – Parte II

scimmiaScimmie
All’entrata di un piccolo tempio, dedicato al dio scimmia Hanuman, alle porte di Mysore, si viene pressoché costretti ad accettare da persone insistenti fiori recisi (all’uscita sarà d’obbligo saldare il conto…) e il perché, forse preannunciato in un idioma incomprensibile, lo si capisce all’interno. Il tempio è piccolo, scuro; il bramino celebra i suoi riti accendendo fuochi e tracciando segni al centro della fronte dei visitatori. Ma ciò che è incredibile è la quantità di scimmie che balzano qua e là, in totale libertà, nervose, rapide; più d’una ha il suo piccolo attaccato al collo. Si avvicinano ai visitatori afferrando velocemente gli immancabili fiori, in qualche caso più fortunato una piccola banana e si allontanano con un balzo mangiando con furia il bottino alimentare.

L’aspetto, le movenze, i gesti, sono del tutto familiari, visti mille volte: tra gli umani. I piccoli esigono di stare in braccio alle madri, queste di tanto in tanto se ne liberano per essere più rapide nei loro spostamenti, ma immediatamente dopo riafferrano il figlio e lo tengono con atteggiamento protettivo. Le scimmie sono inquiete: in fondo devono occuparsi di tante cose, tutte insieme: prendersi cura del piccolo, procurarsi cibo, mangiarlo velocemente prima che il generoso donatore possa cambiare idea……; ma nello stesso tempo sono visibilmente padrone dell’ambiente in cui si muovono con sicurezza. La preoccupazione del piccolo è angoscia da separazione: non tollera di essere lasciato che per qualche secondo. I versi, modulati e incomprensibili, sono la colonna sonora di questo inaspettato film. Il pensiero agli orridi esperimenti di Harry Harlow e all’orrido uso delle scimmie nei laboratori di vivisezione, riattivato nella memoria, colpisce con la forza di un violentissimo pugno nello stomaco.

Benedetto sia Hanuman!

Elefanti
Loro invece non so quanto possano ringraziare Ganesh, il dio a cui prestano la faccia. Gli elefanti sembrano re e sono schiavi: immensi, è facile vederli all’ingresso dei templi; certo non denutriti né apertamente maltrattati, anzi, nelle vesti dei beniamini, ornati e dipinti. Ma che immensa tristezza! Allungano la proboscide verso il visitatore e, se questo vi ha infilato denaro, gliela sdrusciano a mo’ di benedizione e per ringraziamento sulla testa, prima di consegnare il bottino al loro signore e padrone. Soliti “ah!” di meraviglia e sguardi di ammirazione di chi pare davvero pensare ad un atto di intelligenza anzichè ad un tirocinio infernale. Una zampa è incatenata; la mole possente, fatta per le foreste tropicali e le aree boscose, è immobilizzata e relegata giorno dopo giorno nella semioscurità.

Dove sono i suoi affetti? Dove è il branco? Sostituiti dalla solitudine in mezzo ad una folla di umani che, ebeti, sorridono alla sua disperazione misconosciuta. Altri elefanti, non so se più o meno fortunati, sono costretti ad aggirarsi, cavalcati dagli umani, nel traffico caotico dei centri delle città: e chissà quale sconfinata nostalgia degli spazi ampi, dei compagni maestosi, forti e amorevoli provano mentre si muovono in mezzo alla moltitudine umana vociante, polverosa e disordinata. Con gli altri potevano condividere afflizione e tristezza, gioia e amicizia; qui, è certo, nessuno penserà che le loro lacrime siano altro che insignificante secrezione fisiologica.

Cani
Sono tanti in India: spesso di una razza indistinta, di un colore bianco sporco, con il pelo corto. Vivono nelle strade e sembrano trasparenti, perché nessuno presta loro attenzione; fanno quello che fanno moltissime persone: si guardano intorno senza sapere cosa fare; a volte si muovono in coppia o a piccoli branchi e in questi casi acquistano un po’ di baldanza e magari trotterellano in qualche direzione anziché restare fermi nel loro spaesamento. E’ molto comune vederli immobili, sdraiati su un fianco, apparentemente insensibili al rumore, al traffico, al caldo, esattamente come fanno molti uomini; spesso viene da chiedersi se non siano per caso morti, e qualche volta è certo che lo sono, perché se ci si avvicina si vedono nugoli di formiche e insetti nella carne in disfacimento. Prima o poi qualcuno toglierà l’ingombro.

Difficile dire quale sia il sentimento che gli indiano nutrono nei loro confronti: è certo che la paura con cui qualcuno di loro reagisce ad un tentativo di approccio rivela senza ombra di dubbio precedenti maltrattamenti, a volte testimoniati anche dalla presenza di ferite. Struggente, su una spiaggia, vederne uno magro, debole, zoppo, avvicinarsi con un ultimo barlume di fiducia a due giovani seduti sulla sabbia, che lo scacciano a sassate: lui si allontana senza ombra di ribellione e si sdraia su un fianco, senza più forze: non si muoverà più, nemmeno ai miei tentativi di dargli del cibo.

L’atteggiamento più diffuso nei loro confronti sembra però essere il disinteresse: e bisogna accontentarsi. Nelle case signorili, è possibile trovare qualche fortunato, entrato a buon diritto a far parte della famiglia e trattato perciò con tutti i riguardi.

A conclusione di queste brevi note, non si può che ricordare che, data l’immensità dell’India, la realtà percepibile è per forza di cose estremamente variegata e nessuna osservazione può essere generalizzata, in quanto potrebbe facilmente essere smentita da altri fatti. Solo una conoscenza approfondita della cultura del paese, nella dinamica costante dei cambiamenti che stanno avendovi luogo, potrebbe permettere di cogliere la complessità che anche il rapporto con gli animali, come ogni altra questione, coinvolge.

Di certo è un dato di fatto che quella che si respira, nelle strade dell’’India, non è l’aria di spiritualità, che forse l’aveva contraddistinta fino ad un non lontano passato: la gente si muove affannosamente per tentare di sopravvivere in condizioni a volte durissime, ma anche per seguire modelli di sviluppo globalizzati entrati ormai prepotentemente nel paese. I cambiamenti sono repentini e pervasivi e il rapporto con gli animali non sembra fare eccezione: certo ci sono regole ancora ferree quali il divieto di macellazione delle vacche; ma c’è anche un’inversione di tendenza se è vero per esempio che tradizionalmente il vegetarianesimo è stato appannaggio soprattutto delle caste privilegiate, mentre ora sono soprattutto le classi agiate, che possono permettersi di tutto, a non rinunciare al piacere di cibi molto costosi e non tradizionali. Il rischio che la compassione, celebrata nella costituzione, venga travolta dalla superficialità e dalla fretta, oltre che dall’inebriamento indotto da nuove possibilità, è reale. Mi suonano nelle orecchie le parole di Gino Ditadi, grande studioso di filosofie, che afferma che, accanto ai templi, in India i macelli sono al lavoro 24 ore al giorno. E quelle scritte da Richard Wagner, secondo cui “..non oltre possiamo seguire le tracce di una compassione fondata su motivi religiosi, che i nostri antenati provavano per gli animali. Sembra che il processo di civilizzazione, avendo reso l’uomo indifferente “al dio”, l’abbia trasformato in una feroce bestia da preda”.

Forse è vero che, anche in India, i motivi religiosi oggi non sono più sufficienti; lì come dovunque allora devono essere la religione dell’etica, il richiamo alla ragione, il risveglio dell’empatia ad arginare l’espressione della violenza, così meschina e così facile contro i più deboli.

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