Aspettando Frankenstein

Frankenstein1Dopo cinque anni di lavoro, un’equipe di scienziati giapponesi è riuscita a creare la prima stirpe di primati transgenici con un gene alieno perfettamente integrato nel genoma.
Il problema è che il gene introdotto è responsabile della fluorescenza delle meduse e permette di verificare la riuscita dell’esperimento, seguendo il virus, attraverso la luce spettrale emanata dal gene stesso. In teoria sembra abbastanza facile, ma in pratica il gene potrebbe interferire anche con un gene vitale e provocare la morte dell’individuo. La scimmia utilizzata, portatrice di un frammento in più di Dna, è uno dei tanti esemplari non umani geneticamente modificati. Gli scienziati sperano che questa scimmia possa contribuire all’elaborazione di nuove cure per numerose malattie tra le quali il diabete, il cancro al seno, il morbo di Parkinson e l’AIDS.

Tuttavia, gli studi realizzati sugli animali hanno dimostrato che l’utilizzo della terapia genica della linea germinale, che consiste nell’alterazione dei geni in ovuli, spermatozoi o embrioni, può dare risultati non desiderati. Se venisse effettuata sugli esseri umani, esisterebbe il rischio di concepire neonati con malattie non previste, con danni cerebrali o con alterazioni della personalità. Questa è una delle ragioni per cui la terapia genica della linea germinale è attualmente illegale in molti Paesi.
La manipolazione genetica e la clonazione sono tecniche imprecise, che portano a innumerevoli disastri: aborti spontanei (su un centinaio di cloni impiantati, in genere soltanto uno arriva ad essere partorito), feti nati morti, malformazioni, decessi prematuri. Lo stesso Lan Wilmuth, il biologo scozzese che nel 1997 clonò la pecora Dolly, ha affermato pubblicamente che il processo stesso di clonazione introduce disfunzioni genetiche che rendono impossibile ottenere cloni sani. Tuttavia, questa dichiarazione è stata fatta solo in occasione del dibattito sulla clonazione umana. I biologi di tutto il mondo, pur sapendo che i cloni animali, prodotti a centinaia di migliaia, sono sempre deboli e malati, non diffondono la notizia per non perdere i finanziamenti alle loro ricerche.
Ciò che non viene in ogni caso mai detto è che tutte le fasi della manipolazione genetica sono fonte di continue torture per gli animali coinvolti; non viene mai detto che la loro stessa esistenza è tutta una sola ed unica tortura, poiché non vengono rispettate le loro caratteristiche di specie, né la loro dignità di vita.
Gli animali da laboratorio non parlano, non mettono la zampa sul pancino e guardandovi negli occhi vi dichiarano di aver dolore di stomaco; non vi descrivono dettagliatamente i sintomi del loro malessere; al massimo si possono diagnosticare da una serie di atteggiamenti, ma comunque si tratta di vaghi indizi sui quali è quasi impossibile intervenire.
Non è consentito ad alcuno riportare le atroci sofferenze inflitte agli animali, in nome del dogma della “libertà di scienza”. Questo dogma, accostato alle nuove tecnologie ed alla nuova cultura, etica, giuridica, politica ed economica che si sta diffondendo in tutti i continenti, ci condurrà a poco a poco alla realizzazione di uno scenario ancor più inquietante: la modifica della specie umana stessa.

Il fine ultimo della manipolazione genetica e della clonazione negli animali è il business più allettante del futuro: la manipolazione e riproduzione clonata dell’essere umano, che potrà soddisfare le mire di coloro che cercano l’immortalità, di coloro che desiderano i “designer babies” (o figli su misura), di coloro che, con il pretesto di “migliorare” la nostra vita, ci proporranno una moderna eugenetica, o selezione della razza umana.
Questi esperimenti, oltre che brutali e causa di atroci sofferenze, sono ASSOLUTAMENTE inutili.
In ogni caso, il test dovrà comunque essere effettuato in un prossimo futuro su uomini: chiaramente volontari, in stato terminale, malati di AIDS o pazienti tumorali.
Riesce difficile immaginare la dimensione di un dolore programmato. Nati per soffrire, questi animali sono sfortunatamente individui capaci, come gli umani, di averne consapevolezza.
Credo che il senso di una tecnica posta aldilà del bene e del male produca una distanza dall’etica che genera anche un’etica della distanza. Se i macelli avessero vetrate e gli stabulari fossero piazze, molte delle nostre ipocrisie cadrebbero miseramente.
Agli animali da laboratorio si concede persino la tutela di un veterinario cui compete la responsabilità di vegliare sul loro stato di benessere. Ma si può parlare di “benessere” per un animale che vomita, urla, si contorce dal dolore per giorni, mentre si cerca la cosiddetta “dose letale 50 %” di un nuovo farmaco?
La DL50 di una molecola è la dose che porta a morte il 50% degli animali che l’assumono. Ricordiamo che questo test tossicologico risale al 1927!
Paradossalmente i più fortunati sono gli animali che assumono molecole estremamente tossiche. Se non altro, a piccole dosi, muoiono velocemente. Quando una molecola è poco tossica l’animale, prima di morire, è costretto ad assumere quantità che letteralmente non ci stanno nello stomaco. Provate a pensare quanto sale ci vuole per far morire un cane adulto. Chilogrammi, e giorni di enormi sofferenze. Per cosa alla fine?
Per ricominciare sui malati volontari umani con dosi molto basse per verificarne la sicurezza. E allora, per cosa sono morti quei cani, quei gatti, quelle cavie? Per niente, o meglio per alimentare il business che c’è sotto.
L’uso strumentale degli animali per fini terapeutici ignora le complesse manifestazioni dell’organismo umano. Per questa ragione le correlazioni fra fumo e cancro non vennero considerate significanti, dal momento che questo legame non si dava nei modelli sperimentali che facevano uso di cavie. Ricordiamo inoltre che il talidomide provocò la nascita di 10.000 bambini focomelici, anche se si era dimostrato innocuo per svariate specie animali utilizzate prima della commercializzazione. Per una sorta di nemesi etica sembra che persino il virus dell’HIV sia stato causato da vaccini antipolio accidentalmente contaminati con un virus delle scimmie e utilizzati in Africa alla fine degli anni ’50.
La medicina moderna, o meglio, l’industria farmaceutica che la condiziona ormai alla radice, è stretta nella morsa letale del conflitto fra altruismo e egoismo, fra missione umana e interesse privato, in una spirale ormai inarrestabile che la porta a inventarsi malattie inesistenti pur di vendere più farmaci, mentre non riesce stranamente a trovare nessuna cura valida per le malattie che esistono davvero.
La sperimentazione sugli animali si è dimostrata scientificamente inefficace e potenzialmente sostituibile con altri metodi. Le informazioni ingannevoli, spesso ottenute da modelli pre-clinici; la dubbia utilità di modelli che tentano di ripetere in un brevissimo arco di tempo condizioni patologiche che si sono evolute in tempi molto lunghi; la stessa esagerazione del ruolo dei modelli animali nelle scoperte biomediche, ci induce a riflettere sui limiti di una ricerca inutile ed esiziale per gli animali.
Non sembra per nulla incredibile che in questo secolo di successi scientifici, si senta la necessità di ripensare storicamente la visione generale del rapporto malattia-sofferenza per la specie umana e animale. E riflettere sul significato delle parole umano, natura, cultura, scienza.

Non sono più convinta di saper riconoscere un uomo da un animale … la stupidità umana, anche se non è fluorescente, si vede in lontananza.

Carmen

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